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Acerbità, impatti

di Aldo Gerbino

 

La grande soffitta del mondo sembra dondolarsi con i suoi toni macabri sulle nostre disperanti certezze. Appena lacerato dalla luce si offre il rettangolo duro di una griglia: le sue screpolature (quasi un'epidermide malata), la lama centrale dove si deposita una materia informe: il corpo condensato d'un insetto o, forse, il relitto di un fiore, l'organo armonioso di un baccello. Qualcosa, insomma, che ricorda i registri vitali e soffocati, della nostra esistenza, il profilo intrecciato di un bagliore poi coperto dall'ombra, il grumo di una secrezione. Poi fibre traslucide, luttuose, residui non più effimeri di un incendio, imbrigliano tutto, si dispongono come un plesso di tralci anastomizzati, ricondotto, poi, in un flusso di nastri attorti, in un vago reticolo nebbioso offerto quale endostruttura di un calco scompaginato nella sua essenza. Essa, l'essenza, divenuta materia di risulta, gesto ingannevole e singhiozzo del caos nel suo aggregarsi e disaggregarsi, esalta l'innata volontà autodistruttiva. E la esprime in ciò che permane, quasi alla ricerca della politezza d'un osso, d'una materia primordiale (qui riproposta come primordialità post-industriale, forse già post-elettronica) su cui possa associarsi ogni nuova forma di vita, ogni futuribile rapporto, un'auspicabile continuità espressiva. Quasi che ad esprimersi, Carmela Corsitto, imponga una sua visione terrifica, da 'day after', nell'attesa che dalle ceneri possa sgorgare una vita più giustificabile. Questo disagio, colto con insistenza da Francesco Carbone (1996) nella valenza di figura attraversata dai “guasti della vita” attingendo ad un linguaggio neoinformale, nell'attualità si propone mosso da un'empatia sempre più decisa, che le consente un impatto rude con le cose, con le acerbità del quoidiano, con le larvali percezioni del dolore. Corsitto porta con sé tutta una serie di scarti i quali, allontanandola dal 'bello' la localizzano – come, d'altronde, appare leggibile dalle lezioni delle Avanguardie storiche e, non ultimo, dall'Arte povera e da molta ricerca contemporanea – in una visione rastremata del quotidiano, ridotto al suo fardello di rifiuti. Su questi si addensano, grazie ad un movimento rivolto alle suggestioni del 'concettuale', tralicci, sfilacciamenti di quel percorrere del tempo dissolto, capace soltanto di lasciare le sue tracce più drammatiche e delle quali l'uomo ha avuto una larga, destruente partecipazione. Di questi residui la giovane artista sembra con maggiore impegno occuparsi della loro collocazione e, più ancora, della loro giustificazione. Una visione metaeconomica della produzione, che quasi fa lambire certa cultura espressiva 'trash' proprio nel disordine evocativo del riciclaggio di materiali usurati, espulsi dalla liturgia dell'usa e getta, e qui, immersi nella tensione ri-creativa di un voler ristabilire un più soddisfacente equilibrio per l'uomo. In tale contesto risultano ancora efficaci le parole di Andy Warhol: “Ciò che voglio dire è che gli scarti sono probabilmente brutte cose, ma che se riesci a lavorarci un po' sopra e renderle belle o almeno interessanti, c'è molto meno spreco”. E non a caso sull'attuale importanza del fenomeno Trash nell'arte – non soltanto tautologicamente provocatorio, ma grave formula del degrado che impone, ormai, un'urgenza operativa, - va contemplata, proprio nei suoi rapporti storici, la conquista – così afferma la curatrice – di quella “discarica sublime” capace di sollecitare l'attenzione e la preoccupazione di un millennio che si chiude ai confini del soffocamento.

Una patina morale si depone, dunque su tutto il lavoro di Carmela Corsitto, un ammonimento, un richiamo all'uso delle cose che, al di là del loro accumulo formale e sostanziale, costituiscono, pur sempre, l'ombra di una scelta, il deposito se vogliamo di un affetto, di un legame proiettivo tra essere e fare.
Altre volte, come avemmo a notare ('Giornale di Sicilia', 1997), luci e ombre si proiettano su di una materia fortemente comunicativa, attraversata da filamenti, trapassata da manufatti in assetto cinetico: cucchiai spermatomorfici, triangoli, superfici ridotte a lamine cribrose, scatole su cui ora si condensano i simboli del suo erosivo linguaggio soffuso da memoriali lacerazioni.  

 

Acerbities, Impacts

World’s large roof looks like swinging with its macabre tones on our desperate certainties. Torn by the light of a  hard rectangle grill it offers itself to us: its crackings ( almost like a sick skin), the central blade where a shapeless matter  lies: an insect condensed body or maybe the relict of a flower, the harmonious organ of a pod. Something that recalls the vital and suffocated registers of our existence, the interlaced outline of a spark then hidden by the shadow, a secretion’s lump. Then translucid mournful fibres, no longer ephemeral remains of a fire, catch everything,  set  themselves as a whole of shoots then turned into a flux of twisted ribbons, into a vague foggy wire offered as an inner structure of a mould devasted in its own essence. This essence, now become scrap material, deceiving gesture and chaos sob in its aggregating and disaggregating, exalts the innate self destructive will and it express it what is permanent, almost in search of a polished bone, of a primordial material on which it is possible to associate every form of life, every  feasible relationship, the hope of an expressive continuity. Almost as if, while expressing herself, Carmela Corsitto impose her  ‘day after’ terrifying vision, waiting for a more justifiable life to come out of ashes. This uneasiness starts from a more and more determined empathy, which allows the artist a strong impact on things, on everyday acerbities, on ghostly perceptions of pain.  Corsitto brings with herself a series of scraps that, keeping her away from ‘beauty’, sets her in a restrained vision of everyday reduced to a burden of waste. On this waste gather, thank to a motion towards the suggestions of Conceptual Art, pylons, frays  of the path of dissolved time only able to leave its more dramatic traces in which man took a large participation. The artist seems to take care more carefully about the collocation and justification of this waste. A metaeconomical vision of production almost touching on certain ‘trash’ expressive culture right there in the evocative disorder of the recycling of worn out materials immersed into the  re-creative tension of wanting to establish again a more satisfying balance for man. In this context Andy Warhol’ s words are still effective: “What I mean is that waste material is probably ugly, but if you manage to work on it a bit and make it beautiful or at least interesting, there is much less waste”. A moral patina lies on Corsitto works, a warning, a calling to the use of things that, beyond their formal and substantial accumulation, are still the shadow of a choice, the sediment of affection, of a projective relationship between being and doing. Other  times lights and shadows project themselves on a strongly creative material  passed through by  filament, by spoons reminding  spermatozoids, triangles, surfaces reduced to cribrose foils, boxes on which are condensed the symbols of an erosive language suffused with memorial lacerations.               
 

traduzione di Angelica Greco