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OGGETTO-LIBRO-OGGETTO

di Loredana Rea

 OGGETTO-LIBRO-OGGETTO
Annotazioni per una mostra

I libri che hanno intorno a sé un’aura generano una mistica, un senso di una presenza carica di significato. Sembra che il loro significato consista nel fatto stesso di esistere, nel loro aspetto e nella forma acquisita tramite l’iconografia e i materiali. È come se fossero stati intrisi di un potere che li anima oltre i loro limiti materiali generando un’atmosfera impregnata di significato metafisico che circonda il lavoro.
Johanna Drucker

L’intuizione che il libro potesse diventare esteticamente autonomo rispetto al contenuto affonda le sue originarie motivazioni teoriche nel fertile clima delle avanguardie del ‘900, ma è negli anni ‘60 che conquista quell’identità ibrida che meglio lo caratterizza come luogo paradigmatico della pluralità dei linguaggi artistici: libro e contemporaneamente opera, entità estetico-visiva autonoma rispetto al contenuto. Narcisisticamente acquisisce vita propria, misurandosi con le potenzialità di un linguaggio legato alle arti visive. A interessare è, infatti, la possibilità di scompaginare la codificata lettura e suggerire la necessità di cambiare il modo stesso di fare arte e quello di fruirla.
Nella sperimentazione strettamente connessa al libro d’artista, che pur nella sua specificità raccoglie e fonde ragioni, motivi e procedimenti molto diversi tra loro, si possono comunque rilevare due atteggiamenti opposti, ma complementari: quello che sostanzialmente rispetta il valore primario della scrittura, sia pure privilegiando le strutture verbali come elemento esclusivamente visivo, e quello ancora che assume l’oggettualità, svincolata da restrizioni, regole e riferimenti obbligati, come esclusivo elemento di riflessione.
Il libro-oggetto, parola che riassume in maniera esemplare il singolare sbilanciamento tra il testo e l’aspetto materiale del libro, suggerendo anzi la preponderanza di una progettualità che si misura continuamente con le molteplici ragioni di una fisicità autosignificante, rappresenta una modalità espressiva che ha prodotto opere di grande interesse, di cui Carmela Corsitto non ignora l’importanza, avendone anzi assimilate le motivazioni teoriche e le innovazioni formali, per declinarle verso esiti contraddistinti dalla propria inconfondibile cifra poetica.
Il suo percorso di ricerca, tracciato con lucida coerenza fin dalle prime prove, poco meno di una decina di anni fa ha attraversato l’ampio territorio delle esperienze riconducibili al libro d’artista e, come capita a molti, è stato coup de foudre, amore a prima vista. A partire dal 2003, infatti, il libro-oggetto ha acquistato nella sua pratica lavorativa una rilevante centralità, a porre l’accento da una parte sulla materialità dell’opera e dall’altra sulla sua struttura significante, che si rafforzano reciprocamente, esaltando l’una le possibilità espressive dell’altra.
I lavori presenti in mostra, selezionati a rappresentare emblematicamente una produzione molto più ampia, suggeriscono problematiche progettuali e operative, connesse all’utilizzo di materie eterogenee: plexiglass, legno, metacrilati, gomma, carta e contestualmente la densità del pensiero che determina la forma. Le parole spariscono e, quando occasionalmente riappaiono, il testo è considerato un intervento che nulla aggiunge al valore dell’opera, anzi semmai sottrae forza alla sua condizione primaria. La tradizionale possibilità di lettura è soverchiata dalla necessità di decodificare il messaggio artistico complessivo. La ragione di esistenza del libro è il libro stesso nella sua fisicità, con cui l’artista gioca con sapienza, per rompere con tutte le consuetudini e suggerire un differente medium per una comunicazione più diretta e facilmente comprensibile.
I libri proposti da Corsitto si muovono, infatti, all’interno di sostanzialità che sovvertono la funzione e il ruolo del libro stesso, pur rispettandone una certa familiarità formale e, soprattutto, il valore profondamente simbolico. In essi si coagulano sollecitazioni ed esperienze diverse, tanto che trovano accoglienza almeno due dimensioni, quella del segno verbale, anche se talvolta solo con l’allusione a una sua originaria presenza, e quella del segno figurale. Liberati da ogni obbligo di trasmissione del sapere, inevitabilmente collegato al concetto di libro, declinano le tradizionali motivazioni culturali, indirizzandole verso altri sviluppi: il contenuto determina l’aspetto e il materiale utilizzato esalta il progetto iniziale, così da aprire la strada a una ricerca sempre più profondamente interessata al conseguimento di esiti formalmente minimali eppure concettualmente complessi. Non sono quindi semplici sculture, sia pure in forma di libri, ma oggetti che nella struttura del libro, intesa non come modello rigido, quanto piuttosto come luogo di interferenza, integrazione e commistione, ritrovano quelle motivazioni capaci di innescare un originale cortocircuito visuale e rendere inequivocabilmente manifesto un comportamento estetico ed etico sempre più consapevole.
I libri-oggetto di Carmela Corsitto delineano i confini di un luogo profondamente intimo, in cui ritrovare l’intensità del sentire, per misurarsi con i propri limiti e superare i disagi, le difficoltà, le fragilità che sostanziano l’esistenza. A dominare è l’energia di una determinazione tutta femminile, che nel bianco trova la possibilità di rendersi manifesta. Nel loro prepotente candore, non semplice evocazione di perduta innocenza, quanto piuttosto significazione di una consapevolezza raggiunta e soprattutto colore di “un’ideale geografia mentale della creatività” , le opere si offrono allo sguardo come scrigni progettati per proteggere memorie segrete, come pagine fragili pronte a custodire le tracce di emozioni e suggestioni, come specchi trasfigurati di un vissuto personale, che attraverso l’arte può diventare esperienza da condividere con altri.

Loredana Rea





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