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“GEOGRAPHY, Alice!" Un viaggio tra scarpe e libri | a journey between shoes and books”

di Lucia Majer

La ricerca artistica contemporanea appare frantumata in un’infinità di linguaggi, un pluralismo che tende spesso a sconfinare nella provocazione e nell’arbitrio e che comprende, oltre al recupero di strumenti e linguaggi tradizionali, anche la volontà di trasmettere messaggi sociali, facendosi carico di fratture e disagi esistenziali.
In poche parole, predicando l’epoca nella quale viviamo.
Tuttavia penso che questa parcellizzazione dei linguaggi possa essere ricondotta a tre grandi ramificazioni: l’arte in funzione della materia e del corpo, l’arte come specchio sarcastico e ironico della realtà e l’arte in funzione dello spirito.
Per quanto riguarda la prima è evidente il riferimento alla nostra società: la crescente e irrefrenabile globalizzazione alla quale la società è sottoposta o si sottomette volontariamente ha portato allo sviluppo di un’iperstruttura che esclude a priori l’uomo e ne fa un isolato sociale. L’arte che recupera materia e il corpo in senso più ampio (pensiamo non solo alla body art, ma a tutta l’arte che ha come soggetto-oggetto il corpo), produce sensazioni tattili e fisiche ed esprime i disagi della società contemporanea, spesso anche in termini di violenza esibita. Le performance di Orlan, le fotografie di Gligorov, le azioni estreme di Herman Nitsch, testimoniano il bisogno di riappropriarsi di una propria identità perduta, di una propria fisicità, anche se la presa di coscienza avviene per vie estreme (piercing, tatuaggi, mutilazioni).
 
A livello intermedio si colloca l’arte come specchio della realtà, la quale ha dato luogo in questi anni a diversi tipi di arte impegnata, dal neorealismo a diversi realismi sociali, che propongono il proprio vissuto quotidiano come parte inseparabile della propria strategia artistica. Le immagini di periferie industriali, gli scenari virtuali o la fotografia di interni sono i sintomi di una perdita dolorosamente sentita del contatto con la realtà.
 
Un terzo ambito di ricerca è quello che si rivolge allo spirito e che cerca il fondamento ontologico e la natura stessa dell’arte, allo scopo di svelare i reali legami esistenti tra le cose per dare un significato all’esistenza. Rientrano in questo gruppo tutte le opere legate al simbolo e il concettualismo estetico di Carmela Corsitto, che pur recuperando elementi legati alla figurazione esprime comunque un nuovo modello di astrazione legato alle problematiche della società contemporanea.
 
Gli elementi che contraddistinguono le opere di Corsitto sono: rigore compositivo, equilibrio formale, minimalismo cromatico. Un rigore che guida ad un’osservazione sacrale dell’opera, trasformando l’opera stessa in icona. In questo senso il concettualismo della Corsitto si arricchisce di un elemento che l’arte concettuale per sua natura non possiede, ovvero il contenuto emozionale e per questo lo possiamo considerare un concettualismo estetico.
 
Si definisce arte concettuale ogni espressione artistica in cui i concetti e le idee espresse sono più importanti del risultato estetico e percettivo (emozionale) dell’opera stessa. Nell’evoluzione del concettualismo sono stati molto importanti i contributi di artisti come Kosuth, Beuys, Kounellis, Merz… i quali sopravvivono ancora oggi nell’opera di artisti ed esponenti della body art, della land art, dell’arte povera, della narrative art, ecc..
 
Nell’opera della Corsitto il concettuale si esprime attraverso la proposizione di opere concrete (dai libri d’artista ai quadri tridimensionali) in cui sicuramente la componente razionale e minimalista sembra prevalere, nella percezione prevalente di rigore compositivo. Tuttavia se indaghiamo la filosofia e il pensiero dell’artista, scopriamo che l’opera non è autosignificante, ma si rivolge ad un’indagine interiore e generale molto più profonda. L’artista è convinta che l’arte abbia il potere di indagare, conoscere e spiegare la realtà, spostando quindi la riflessione dal piano della forma a quello del contenuto più recondito.
 
Tra i temi maggiormente indagati dall’artista ci sono quelli del labirinto e del viaggio. All’interno della cultura occidentale il labirinto è sicuramente tra i miti più sfruttati, come luogo, ma anche come metafora dello smarrimento e dell'inganno, da cui ci si riscatta affidandosi al filo di Arianna, filo dell'amore e ancora una volta della conoscenza. Ma è soprattutto importante capire che il compito del labirinto è di interdire la visione, o meglio di reprimere la facoltà visiva del visitatore, limitandola a piccole porzioni dello stesso manufatto, in apparenza assolutamente identiche una all'altra: di qui il meccanismo dell'inganno. Soprattutto in un'epoca come la nostra, in cui la perdita del senso e della logica sembra essere quasi la norma, ecco che il labirinto diventa la chiave di lettura del mondo stesso nel quale ci siamo smarriti.
 
Il tema del viaggio interiore, poi, più esplicitamente denotato nelle opere recenti e nei libri oggetto, è una connotazione costante nella produzione di Corsitto e continuamente verificabile da un flusso vitalissimo di tracce e segni che rivelano storie, cieli, emozioni e stati d’animo tutti percorribili dalla nostra immaginazione.
Emerge il rapporto continuo tra geometrie, assenze e presenze, vuoti e pieni, trasparenze, quasi a voler sanare, rappresentandolo, l’intreccio vorticoso di bene e male di cui è fatta la vita.